Museo Archeologico di Terni

La vita quotidiana era nella società antica scandita da riti e cerimonie sacre. In età preromana la devozione delle tribù umbre verso una divinità sconosciuta è espressa dalle offerte votive di bronzetti su Monte Torre Maggiore e da un’iscrizione che attesta interventi edilizi nel santuario. Nella romanizzazione che avanza si affermano dall’epoca repubblicana, in luoghi pubblici e in ambienti privati, i culti ‘classici’ di Nettuno, Fortuna, Mercurio e Dioniso. Il princeps diventa il principale oggetto di devozione in epoca imperiale. L’affermazione di divinità militari e misteriche come Mitra segna un’epoca di guerre, durante la quale gli eserciti assumono ruoli chiave nella distribuzione dei poteri. L’ impero si presentava ancora nel III secolo d.C. come una società dai confini geografici solidi e dominata dalla cultura classica. Una stupefacente uniformità omologava gli stili di vita e dell’autorappresentazione pubblica, i modi dell’abitare, le topografie urbane e l’assetto del paesaggio rurale. Il paesaggio sacro urbano appare profondamente trasformato in epoca tardoantica. La città cristiana è policentrica, si estende tra i poli della cattedrale e palazzo del vescovo all’interno delle mura e le basiliche funerarie all’esterno, costruite sulle tombe dei martiri. Lo spazio necropolare che si sviluppa attorno all’attuale basilica di San Valentino testimonia le trasformazioni del culto funerario nella città tardoantica.

I Templi di Monte Torre Maggiore

(Sala 8)

Questo calco riproduce l’iscrizione di un blocco in travertino proveniente dagli scavi archeologici del santuario di Monte Torre Maggiore, che rappresenta una delle più antiche testimonianze della fase monumentale del luogo di culto.

Il blocco è stato rinvenuto davanti all’ingresso di uno dei due templi, il più antico tempio A, presso l’ala meridionale della scala di accesso.

L’iscrizione consiste in un testo su almeno tre righe in alfabeto umbro, inciso da destra a sinistra, che per le caratteristiche paleografiche è stato datato nella prima metà del III secolo a.C. Nonostante l’abrasione delle superfici e le lacune, riescono a leggersi due formule onomastiche al caso genitivo, con gentilizi corrispondenti ai latini Atrius e Rufrius.

In considerazione della dimensione delle lettere (di 6-8 cm di altezza), del tipo di supporto e del contesto di ritrovamento, l’epigrafe, di carattere monumentale, doveva contraddistinguere un elemento architettonico del santuario; nello specifico, è riconducibile alla categoria delle dediche pubbliche ed è stata interpretata come una dedica di magistrati.

I gentilizi Rufrius e Atrius ricorrono alcuni secoli più tardi per due membri di un collegio, probabilmente a carattere religioso, che in età augustea pone una dedica a Giove Ottimo Massimo a Carsulae, centro urbano situato lungo la via Flaminia a valle di Monte Torre Maggiore. Si tratta pertanto di gentes radicate nel territorio.

Il blocco rientra fra gli elementi architettonici e scultorei relativi ai primi interventi di monumentalizzazione del santuario in epoca medio-repubblicana (III secolo a.C.), in coincidenza con l’ingresso di Roma in Umbria e l’avvio del processo di romanizzazione, secondo un fenomeno ben noto per i santuari di area italica.

Tra i numerosi frammenti della decorazione architettonica in travertino del tempio A individuati dagli scavi lungo il lato settentrionale dell’edificio sono la porzione di cornice a dentelli, la base di colonna e i due grandi blocchi di cornicione con gocciolatoi a testa leonina conservati in questa sala, testimonianza del ricco apparato decorativo di stampo ellenistico del complesso templare.

Appartiene invece probabilmente ad una statua di culto la testa femminile in travertino di dimensioni maggiori del vero con capelli cinti da un diadema. I caratteri stilistici suggeriscono che l’opera sia stata creata nei primi decenni del II secolo a.C. da una bottega in possesso delle tecniche scultoree dell’ellenismo, che si diffondono in Italia tra il III e il II secolo a.C., a seguito della conquista della Grecia e dell’arrivo di grandi simulacri trasportati dalle maggiori poleis. Se vogliamo immaginare un corpo a cui sovrapporre il volto della dea di Monte Torre Maggiore, possiamo pensare alle tante versioni rielaborate di un tipo statuario di Afrodite, che gli studiosi chiamano “Capua Acrocorinto”, descritto da Pausania sull’acropoli della città greca di Corinto, una rappresentazione molto utilizzata in epoca romana per raffigurare Venus. Il diadema lunato qualifica in particolare la dea di Monte Torre Maggiore come regina, protettrice della statualità.

In epoca romana i cambiamenti interessano anche le pratiche devozionali, influenzate dalla temperie culturale medio-italica di epoca ellenistica: le offerte di statuette antropomorfe in bronzo, caratteristiche della fase arcaica, continuano nel tipo della figura di offerente a corona radiata (nn. 13, 14, 15, 16, 18, 19 nella vetrina), mentre compaiono i votivi anatomici fittili, qui rappresentati da teste e frammenti di statuette (nn. 20, 21, 25).