Museo Archeologico di Terni

La vita quotidiana era nella società antica scandita da riti e cerimonie sacre. In età preromana la devozione delle tribù umbre verso una divinità sconosciuta è espressa dalle offerte votive di bronzetti su Monte Torre Maggiore e da un’iscrizione che attesta interventi edilizi nel santuario. Nella romanizzazione che avanza si affermano dall’epoca repubblicana, in luoghi pubblici e in ambienti privati, i culti ‘classici’ di Nettuno, Fortuna, Mercurio e Dioniso. Il princeps diventa il principale oggetto di devozione in epoca imperiale. L’affermazione di divinità militari e misteriche come Mitra segna un’epoca di guerre, durante la quale gli eserciti assumono ruoli chiave nella distribuzione dei poteri. L’ impero si presentava ancora nel III secolo d.C. come una società dai confini geografici solidi e dominata dalla cultura classica. Una stupefacente uniformità omologava gli stili di vita e dell’autorappresentazione pubblica, i modi dell’abitare, le topografie urbane e l’assetto del paesaggio rurale. Il paesaggio sacro urbano appare profondamente trasformato in epoca tardoantica. La città cristiana è policentrica, si estende tra i poli della cattedrale e palazzo del vescovo all’interno delle mura e le basiliche funerarie all’esterno, costruite sulle tombe dei martiri. Lo spazio necropolare che si sviluppa attorno all’attuale basilica di San Valentino testimonia le trasformazioni del culto funerario nella città tardoantica.

Culti Misterici: il dio Mitra

(Sala 13)

Proviene dalle campagne di Interamna Nahars questo rilievo con rappresentazione di Mitra, testimonianza della nuova temperie religiosa che si diffonde nell’Italia romana nella media età imperiale.

Il rilievo, in marmo bianco, riproduce l’iconografia del Mitra tauroctono, colto cioè nell’atto di uccidere il toro dentro la grotta, momento culminante del rituale mitraico.

La caverna in cui è ambientata la scena è rappresentata da una sporgenza arcuata della roccia.

Sopra di essa si susseguono sette altari fiammeggianti alternati ad altrettanti alberi (due altari e due alberi non sono più visibili a causa della rottura dell’angolo superiore destro del rilievo), mentre sette vasi rituali (urcei), di cui l’ultimo a destra perduto nella lacuna, si allineano lungo il margine inferiore, alla base del rilievo. La ripetizione del numero sette allude alle sette divinità planetarie, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Luna, Sole e Saturno, ognuna posta a tutela di un grado iniziatico dei misteri di Mitra, Corax, Nymphus, Miles, Leo, Perses, Heliodromus e Pater.

Ai due lati della grotta compaiono agli angoli del rilievo i busti di Sol, a sinistra, con corona radiata, e di Luna, a destra, poco visibile a causa delle scheggiature del marmo, mentre sul margine poggia un grande corvo rivolto verso Mitra, messaggero di Sol che comunica al dio l’ordine di sacrificare il toro.

All’interno lo spazio è occupato quasi interamente dalle figure di Mitra e del toro. Il dio è rappresentato nel tipico costume orientale, con berretto frigio, corta tunica stretta in vita e mantello affibbiato sulla spalle e svolazzante dietro la schiena; il cattivo stato di conservazione impedisce di riconoscerne i dettagli del volto. Con un ginocchio puntato contro il dorso del toro atterrato e la mano sinistra a tirarne indietro la testa per le narici, Mitra affonda il pugnale nel collo dell’animale, ma il gesto è poco leggibile a causa della frattura in corrispondenza del braccio destro. Verso la ferita sanguinante della vittima convergono un cane, compagno di caccia del dio, e un serpente, per nutrirsi del sangue fecondatore, mentre si avvicina ai testicoli uno scorpione, simbolo del male, per avvelenare il seme del toro. Ai due lati della scena sono rappresentati i dadofori, compagni di Mitra, Cautes, con la fiaccola alzata, e Cautopates, con la fiaccola abbassata e capovolta, allegorie rispettivamente dell’alba e del tramonto. Un secondo scorpione compare tra la figura di Cautes ed il gruppo di Mitra e il toro.

Sul retro si leggono alcune lettere, di difficile interpretazione, che potrebbero essere state incise anche successivamente alla realizzazione alla realizzazione del rilievo. Sono state interpretate come marchio di cava o, più verosimilmente, come parte di una dedica imperiale.

Su base stilistica, il rilievo mitriaco di Terni è stato datato tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C.

Lo schema iconografico del Mitra tauroctono è il più comune nel mondo romano nel II e III secolo d.C., quando questa rappresentazione conobbe un’ampia diffusione, contestualmente alla massima propagazione del culto. Secondo una complessa simbologia, il dio cattura e uccide il toro per sottrarlo allo spirito del male e nuova vita scaturisce dal sangue della vittima.

La tauroctonia veniva riprodotta su rilievi, gruppi scultorei a tutto tondo o, più di rado, in pitture murali, solitamente nella parete di fondo del luogo riservato al culto, il mitreo.

La scultura fu rinvenuta fortuitamente da un muratore intorno al 1880 nell’area di Piedimonte (Colle dell’Oro), zona collinare a nord della città e ai piedi dei Monti Martani, che è nota per altri ritrovamenti archeologici relativi al popolamento rurale di epoca romana. È da attribuire ad un luogo di culto verosimilmente privato, nell’ambito di una villa.

La venerazione di Mitra, divinità persiana dalle forti connotazioni solari, si diffuse fra I e II secolo d.C. per il tramite principalmente dei soldati delle legioni di stanza in Oriente o di origine orientale e dei funzionari dell’amministrazione imperiale. Nell’Occidente romano è collegata al culto del Sol Invictus e assume connotazioni distinte rispetto a quelle originarie, andando a costituire una religione misterica, riservata quindi ai soli iniziati, che formavano gruppi esclusivamente maschili. Pur non avendo raggiunto la dimensione di un culto ufficiale, il mitraismo costituì un elemento dell’ideologia imperiale.

Oltre che nell’agro di Interamna, il culto mitraico trova significative testimonianze nei territori circostanti attraversati dalla via Flaminia: dai territori di Carsulae e Narnia provengono attestazioni epigrafiche relative ad interventi di costruzione e restauro di luoghi riservati a questi riti iniziatici, mentre a Spoleto si conservano le strutture di un mitreo presso Villa Redenta.