Museo Archeologico di Terni

La vita quotidiana era nella società antica scandita da riti e cerimonie sacre. In età preromana la devozione delle tribù umbre verso una divinità sconosciuta è espressa dalle offerte votive di bronzetti su Monte Torre Maggiore e da un’iscrizione che attesta interventi edilizi nel santuario. Nella romanizzazione che avanza si affermano dall’epoca repubblicana, in luoghi pubblici e in ambienti privati, i culti ‘classici’ di Nettuno, Fortuna, Mercurio e Dioniso. Il princeps diventa il principale oggetto di devozione in epoca imperiale. L’affermazione di divinità militari e misteriche come Mitra segna un’epoca di guerre, durante la quale gli eserciti assumono ruoli chiave nella distribuzione dei poteri. L’ impero si presentava ancora nel III secolo d.C. come una società dai confini geografici solidi e dominata dalla cultura classica. Una stupefacente uniformità omologava gli stili di vita e dell’autorappresentazione pubblica, i modi dell’abitare, le topografie urbane e l’assetto del paesaggio rurale. Il paesaggio sacro urbano appare profondamente trasformato in epoca tardoantica. La città cristiana è policentrica, si estende tra i poli della cattedrale e palazzo del vescovo all’interno delle mura e le basiliche funerarie all’esterno, costruite sulle tombe dei martiri. Lo spazio necropolare che si sviluppa attorno all’attuale basilica di San Valentino testimonia le trasformazioni del culto funerario nella città tardoantica.

Il dio Nettuno e le acque interne

(Sala 9)

Al culto delle acque e al paesaggio antico fra il lago di Piediluco e la Cascata delle Marmore rimanda la cosiddetta ara di Nettuno.

L’altare, di forma parallelepipeda con coronamento a pulvini, è realizzato in calcare e decorato da modanature alla base e all’estremità superiore e da scene scolpite in bassorilievo sui quattro lati, mentre un’iscrizione in latino corre sulle due facce.

I pulvini sono terminanti ad un’estremità con una testa di Gorgone e all’altra con una palmetta. Si può notare che si compongono ognuno di due parti giustapposte, una in calcare e l’altra in pietra sponga (un travertino locale tipico dell’area delle Marmore), caratteristica forse dovuta ad un intervento di restauro. La funzione dei pulvini è di delimitare lo spazio dove ardeva la fiamma dell’offerta durante i riti sacri: sul piano superiore sono visibili infatti degli incassi con colature di piombo, per la sistemazione verosimilmente di un contenitore o ripiano con funzione di braciere (foculus).

Sulla fronte dell’ara è rappresentata la figura di Nettuno stante tra delfini. Come di consueto nell’iconografia ellenistico-romana, il dio è reso in nudità, con mantello sulle spalle che ricade sul braccio sinistro ed il tipico tridente, impugnato dalla mano destra sollevata, mentre la mano sinistra abbassata regge un pesce. Sul lato opposto compare una scena di rito, con un personaggio maschile raffigurato di tre quarti, vestito di chitone e col capo velato, nell’atto di compiere offerte presso un altare su cui è acceso il fuoco sacrificale, riproduzione in piccolo del supporto stesso. Infine, su ciascuno dei fianchi è scolpita una piccola imbarcazione fluviale a remi, su cui viaggiano tre personaggi.

Sui due lati principali si ripete quasi identico un testo iscritto su tre righe, che consacra l’altare al dio Neptunus e rivela l’identità del dedicante: L. Valerius Menander, liberto di un Valerius Niger, un uomo di origine servile quindi, entrato a far parte della gens Valeria, che si qualifica come portitor, vale a dire traghettatore. L’ultimo termine – Ocrisiva – è interpretabile come un toponimo, ad indicare verosimilmente la località dove il personaggio svolgeva la sua attività; altra ipotesi è che si tratti di un idronimo in relazione al corso d’acqua.

Lucius Valerius Menander, che probabilmente è rappresentato sull’ara dall’uomo sacrificante e dalla figura isolata sulla barca, appartiene ad una delle gentes meglio documentate ad Interamna Nahars fra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale, come dimostrano le numerose menzioni epigrafiche, diverse delle quali conservate nel Museo, relative soprattutto a liberti ma anche a magistrati municipali e a sacerdoti del culto imperiale. I Valerii erano inoltre attivi in campo imprenditoriale: il bollo su tegole “L(ucius) Valerius”, un esemplare del quale si trova nel Museo (sala 15), rimanda alla gestione di fabbriche di laterizi, mentre questa stessa ara rinvia con i suoi rilievi e il testo epigrafico ai commerci e scambi che si tenevano lungo la complessa rete idrica estesa a cavallo fra i territori di Interamna e Reate. A tale riguardo, va evidenziato che l’ara di Nettuno del Museo archeologico di Terni restituisce una delle rare menzioni epigrafiche del termine portitor nell’Italia romana.

Il contesto del reperto corrisponde al paesaggio del lacus Velinus e della cava Curiana nella prima età imperiale, risultato degli interventi di regimazione idraulica realizzati dai Romani all’epoca della conquista di questo territorio fra Umbria e Sabina, interventi che trovano nella Cascata artificiale delle Marmore la testimonianza più maestosa. Da documenti d’archivio l’ara risulta infatti rinvenuta negli anni intorno al 1540 in un punto imprecisato immediatamente a monte della Cascata delle Marmore e presso la cava curiana. Poco dopo fu riprodotta in un disegno di Antonio da Sangallo Il Giovane, che in quel periodo si stava occupando per conto di Papa Paolo III del progetto di una nuova cava, la cava Paolina appunto.

Lucius Valerius Menander svolgeva il mestiere di traghettatore in questi luoghi fra l’età augustea e l’età giulio-claudia, in base alla datazione proposta per l’ara. Proprio in quell’epoca, secondo il racconto di storici quali Tacito e Cassio Dione, presso il Senato romano si discuteva se deviare le acque degli affluenti del Tevere, tra cui quindi il Nera, per evitare inondazioni a Roma, suscitando le proteste di Interamnates e Reatini, che vedevano minacciate la sicurezza e l’economia del proprio territorio. Gli abitanti di Terni adducevano anche motivazioni religiose, trovandosi dedicati ai patri fiumi santuari, boschi sacri, altari (sacra et lucos et aras).

In questo panorama ben si inserisce la presenza del culto di Neptunus, da tempi antichissimi divinità non solo marina ma anche delle acque interne, che poteva avere un santuario a lui intitolato in quest’area al confine tra i territori di Interamna Nahars e Reate caratterizzata da fiumi, bacini e canali.